QUANDO “MADAME ROYALE” E LA SUA CORTE SCANDALIZZARONO MILANO

di Giorgio Righetti

LA STORIA. La polizia stava indagando su un delitto consumato poco dopo l’una del 29 ottobre 1946 in un modesto alloggio al quarto piano di via S. Gregorio 20. La vittima era Pietro Vonchia omosessuale, 42 anni nonostante l’età già pensionato delle ferrovie, quando era in casa si vestiva da donna e si trasformava, nel suo appartamento riceveva spesso degli “amici” per delle cene intime, una delle quali le fu fatale perché fu ucciso a colpi di martello. Gli agenti accertarono che l’assassino non aveva ucciso per rapina, ma all’interno di una relazione affettiva. Nel corso degli accertamenti le indagini scandagliarono il mondo degli omosessuali che si svilupparono in via Scaldasole, territorio di Roberto Quacci detto “el Wanda”, alla Stazione Centrale e a tutti i vespasiani (prima della nascita dei primi locali dedicati a loro e della successiva conquista di spazi pubblici aperti senza discriminazione, gli orinatoi pubblici rappresentavano uno dei pochissimi spazi in cui gli omosessuali potevano incontrarsi in modo anonimo). Questa dinamica era diffusa in un’epoca in cui l’omosessualità era fortemente condannata socialmente e penalizzata dalle forze dell’ordine. Il 16 novembre 1946 sulle pagine dell’Avanti!, quotidiano del partito socialista, un articolo di cronaca titolava: «Dopo il delitto Vonchia. Tre covi di omosessuali scoperti dalla polizia». Uno di questi covi era situato in corso Roma 88 (oggi Corso di Porta Romana) ed era di proprieta dello scenografo Enrico Piovella, un artista che si travestiva da nobildonna, era lui o meglio lei “Madame Royale”, poiché in quel periodo venne assassinato l’omosessuale Pietro Vonchia l’inchiesta sul delitto portò anche alla casa del Piovella. La casa era un tempio di lussuria dedicato al vizio e alla depravazione, una casa in cui si organizzavano festini per persone di sesso maschile, ed era costituita da un ampio ingresso che immetteva in un ampia sala con pareti tappezzate da quadri con oscenità, strane fotografie autografate, album di foto di uomini voluttuosamente allacciati e di giovanotti a torso nudo, come riferirono ai giornalisti i commissari Casserà e Greco. Gli ospiti si presentavano senza inibizioni, vestiti da donna, abiti con spacchi per esaltare giarrettiere sofisticatissime, parrucche, trucchi di gran lusso, bellissimi gioielli autentici. Partecipava all’orgia anche il Piovella (Madame Royale), che parlava un francese subpadano, “seduta” su un trono situato in un angolo del salone, con tanto di corona sul capo abbracciata a qualche amico, tutti la chiamavano Madame Royale. La cerimonia di incoronazione del Piovella come “Madame Royale”, fu una fantastica serata in cui molti ospiti diedero un saggio della loro bravura recitando celebri monologhi femminili.

LA MORALE DELLA FAVOLA. Nell’immediato dopoguerra: l’Italia risorgeva, tutta nuova. O quasi. Era il 16 novembre 1946 sulle pagine dell’Avanti!, un articolo di cronaca titolava: “Dopo il delitto Vonchia. Tre covi di omosessual scoperti dalla polizia”. La polizia aveva fatto irruzione in tre case di appuntamenti frequentate da omosessuali. In una di queste case di proprietà di Enrico Piovella, tra le varie firme e dediche nel libro degli ospiti quella che fece maggiore scalpore era una dedica ironica e enfatica, molto ben scritta, molto elegante, era firmata da un giovanissimo e già affermato Vittorio Gassman. “Siamo tutti sospesi ad un tacito evento questa sera. Con molta simpatia a Madame Royale, alla sua corte, alla sua casa: altro mondo, un certo mondo”. A partire dal famoso articolo dell’Avanti, lo scandalo finì sulle prime pagine dei quotidiani che diedero ampio spazio alla notizia con toni fortemente scandalistici, creandò confusione e disordine e l’esposizione pubblica di persone, prima di stabilire le loro reali responsabilità, sollevando una terribile tempesta mediatica in un Paese soffocato dal perbenismo di facciata, appena uscito dalla guerra. Mentre l’Italia cercava una faticosa ricostruzione economica e politica, dopo la caduta del fascismo la società civile rimaneva ancorata a un rigido conformismo.

LA LETTERA DI VITTORIO GASSMAN. Fu lo stesso Gassman a commentare amaramente l’episodio, in una lettera pubblicata il 13 dicembre 1946 sulla rivista “Cantachiaro”. ”Parlò di Madame Royale e della sua corte milanese, delle dediche trovate su certi album a firma di attrici e attori – io tra loro – ed accuratamente riportate da vari giornali: si spera per solerzia moraleggiante, si teme per guadagnare qualche copia alla tiratura”. scriveva sarcastico.

SPLENDORI E MISERIE DI MADAME ROYAL. Il fatto di Madame Royale ispirò il film diretto da Vittorio Caprioli nel 1970 e interpretato da un fantastico Ugo Tognazzi, una giovanissima Jenny Tamburi, da Maurice Ronet e dallo stesso Vittorio Caprioli. È la tragica storia di un omosessuale che, cercando di proteggere una nipote che vive con lui finisce coinvolto, suo malgrado, in una vicenda di malavita.

P.S. Mentre l’operazione di polizia si concludeva con 31 arresti, l’inchiesta dell’uccisione del Vonchia veniva sorpassata da quella di un altro ben più orribile delitto perpetrato nella stessa via San Gregorio a Milano. Avvenne precisamente nella sera del 29 novembre 1946. Si stava avvicinando il Natale, in quella tragica occasione Rina Fort, uccise a colpi di spranga la moglie del suo amante, Franca Pappalardo, e i loro tre figli piccoli: Giovanni (7 anni), Giuseppina (5 annii) e Antonio (di appena 10 mesi). Per la ferocia dei crimini, i giornali ridenominarono Rina Fort “la belva di San Gregorio”.
Sotto la testata dell’Avanti del 16 novembre 1946.