di Angelo De Cristofaro

Dieci anni fa salutavo mio padre, Vittorio.

Lo ammiravo perché guardava il mondo in modo diverso. Gli altri vedevano un rubinetto che perdeva. Lui vedeva un rubinetto che poteva tornare a funzionare. Le viti, tra le sue dita, non erano soltanto metallo. I fili elettrici non erano soltanto rame. I tubi sotto il lavandino non erano soltanto tubi.

Ogni oggetto era una domanda e lui aveva un modo tutto suo di rispondere. Non con la presunzione di chi crede di sapere tutto, ma con la curiosità di chi vuole capire come funzionano davvero le cose.

Era un uomo di grande ingegno. I problemi, per lui, erano occasioni per trovare soluzioni. Smontava per capire e rimontava meglio di prima. Ma la sua qualità più straordinaria non era l’intelligenza. Era il sorriso.

Non un sorriso di circostanza, né un sorriso per apparire. Era un sorriso autentico, che sembrava dire: “Non prendiamoci troppo sul serio”.

Me lo ha insegnato senza mai farmi una lezione.

Ricordo un pomeriggio di quando ero bambino. Lui era sotto il lavandino, intento a sistemare un tubo. Stava usando la canapa con cui si sigillavano i raccordi dei tubi e io lo osservavo come si guarda un mago. A un certo punto sparì per qualche secondo e riemerse con fili di canapa tra i capelli e un grosso ciuffo arrotolato sopra il labbro a fare da baffi. In un attimo si era trasformato in un re vichingo.

Rimase immobile per qualche istante. Io scoppiavo a ridere. Lui più di me.

In quel momento non stava soltanto facendo uno scherzo. Mi stava insegnando qualcosa di enorme: anche quando sei bravo, anche quando sei capace, anche quando sai fare cose che gli altri non sanno fare, puoi scegliere di restare leggero.

Puoi scegliere di ridere di te stesso.

Quarant’anni dopo aveva qualche capello grigio in più e le mani forse un po’ più lente, ma lo stesso identico spirito. Un giorno, mentre stava facendo un altro lavoro in casa, senza dire una parola, ripeté quella scena. La canapa tra i capelli, i baffi improvvisati, lo sguardo teatrale.

Io non ero più un bambino.

Eppure risi come allora.

In quel gesto c’era tutto: la memoria, la complicità, la coerenza di un uomo che non aveva mai smesso di conservare uno sguardo da ragazzo. Non aveva bisogno di dimostrare niente. Il suo talento era evidente, concreto, visibile in ciò che costruiva, aggiustava e inventava. Ma non lo usavaper sentirsi superiore. Lo metteva al servizio degli altri, delle idee, del piacere di creare e anche di giocare.

Mi ha insegnato la curiosità. A chiedermi sempre come funziona una cosa, perché succede, cosa c’è dietro. Mi ha insegnato che l’intelligenza non consiste nel sapere tutto, ma nel non smettere mai di voler capire.

E, soprattutto, mi ha insegnato a non sopravvalutarmi.

Nessuna maschera resiste per sempre. Nessun talento vale più dell’onestà con se stessi. Si può essere brillanti, creativi, capaci. Ma restare umani è una scelta quotidiana.

E restare un po’ bambini è un’arte.

Oggi, quando mi sorprendo a sdrammatizzare un errore con una battuta, quando scelgo di ridere invece di arrabbiarmi, quando provo a capire prima di giudicare, so da dove viene tutto questo. È un’eredità silenziosa. Non fatta di oggetti o di brevetti, ma di un modo di stare al mondo.

Il suo vero lascito non sono le invenzioni.

È il modo in cui guardava la vita.

Con meraviglia. Con ironia. Con leggerezza.

E ogni volta che sorrido di me stesso, è come se, per un istante, avessi anch’io un po’ di canapa tra i capelli e due baffi da re vichingo.

Ciao papà.