di Alessandro Bocci

Nel 2006, a Ratisbona, nel cuore della Baviera, Benedetto XVI pronunciò un discorso di altissimo valore profetico, teologico, filosofico e culturale, un monito fondamentale contro la secolarizzazione e il relativismo.

In estrema sintesi, Papa Ratzinger sostenne che la fede non poteva mai essere disgiunta dalla ragione e che, di conseguenza, la violenza in nome di Dio era contraria alla natura del divino. Evidenziò inoltre che la rinuncia dell’Occidente alle proprie radici giudaico-cristiane rendeva l’Occidente stesso fragile nel confronto con il mondo islamico e con quello fondamentalista.

 Alla straordinaria analisi di Benedetto XVI, quello di Ratisbona fu uno dei momenti più alti del suo pontificato, seguirono reprimende di ayatollah e imam fondamentalisti, raccolte di firme, richieste di scuse, critiche dei principali partiti della sinistra europea con annesso codazzo di femministe varie. E anche, è doveroso ricordarlo, assalti a chiese, poi date alle fiamme.

 Qualche settimana fa, in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra aetate, Leone XIV ha approvato una Nota denominata “Un cammino di speranza”. In essa, nella citazione n.24, viene ribadita quella parte del discorso di Ratisbona contro la quale si scatenarono le polemiche laiciste e fondamentaliste. Per essere più chiari, nella Nota odierna si afferma che “… altrove, la crescita dei fondamentalismi, il permanere dei pregiudizi, la manipolazione politica delle appartenenze religiose o le violenze in nome di Dio minano le stesse basi del dialogo. Nelle società secolarizzate, la parola religiosa viene talvolta marginalizzata o strumentalizzata, ridotta a folklore, a opinione soggettiva o del tutto offuscata”.

Dunque, Benedetto XVI aveva pienamente ragione.