Dal consigliere comunale di Milano Marco Cagnolati, del gruppo Fratelli d’Italia, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

«Quanto accaduto nei giorni scorsi in via Rizzoli 13/A rende ormai impossibile continuare a far finta di nulla. Negli spazi assegnati dal Comune all’Associazione Mutuo Soccorso si è svolto un incontro pubblico con Francesca Albanese, pubblicizzato dagli stessi organizzatori indicando espressamente come sede il “CSA Lambretta”.

La questione non riguarda le opinioni espresse durante l’incontro, che ciascuno è libero di condividere o contestare. Il punto è un altro: uno spazio pubblico assegnato a un determinato soggetto e per determinate finalità viene ormai apertamente presentato e utilizzato come sede del Centro Sociale Lambretta, anche per iniziative di evidente carattere politico.

Da anni denunciamo questa situazione e chiediamo al Comune e a MM di chiarire definitivamente chi utilizzi realmente questi locali, a quale titolo, per quali attività e soprattutto se quanto avviene all’interno e nelle aree comuni sia pienamente compatibile con gli obblighi previsti dall’assegnazione.

A questo si aggiungono le segnalazioni dei residenti relative alle conseguenze degli eventi: rumore, rifiuti, problemi di sosta e utilizzo degli spazi comuni. È inoltre necessario verificare quanto segnalato in merito alla colorazione di una scalinata comune con i colori della bandiera palestinese e accertare chi abbia autorizzato l’intervento e se verrà disposto il ripristino.

Non è accettabile che siano ancora una volta i residenti a dover subire le conseguenze mentre le istituzioni competenti rimangono sostanzialmente immobili.

Per questo presenterò una richiesta formale al Comune e a MM affinché vengano effettuate immediatamente tutte le verifiche sull’utilizzo dell’immobile e sul rispetto delle condizioni previste per la sua assegnazione.

Se tali condizioni non vengono rispettate, il Comune deve assumersi le proprie responsabilità e adottare i provvedimenti conseguenti. Gli immobili pubblici appartengono alla collettività: non possono diventare zone franche nelle quali ciascuno decide autonomamente regole, utilizzi e destinazioni.

Dopo anni di segnalazioni, non servono più rassicurazioni: servono controlli, risposte e atti concreti.»