
di Giacomo Pio Augello
Questo è il periodo dell’anno tradizionalmente dedicato ai film horror.
Tra tutti quelli che ho visto, l’unico che mi ha davvero spaventato è “Frankenstein di Mary Shelley”, perché, fin dalla prima volta che lo vidi, capii che aveva qualcosa di profondamente diverso da tutte le altre opere del genere.
E non dipendeva dall’intensa interpretazione di Kenneth Branagh e di Robert De Niro rispettivamente nei panni del dottor Frankenstein e della Creatura.
Nella mia ricerca di una risposta, ho analizzato il rapporto che lega i due protagonisti e sono giunto ad una conclusione molto più inquietante dell’esperimento stesso.
Per spiegarla, dobbiamo ripercorrere la trama.
Victor Frankenstein è un uomo traumatizzato dalla perdita della sua adorata madre, morta nel dare alla luce il suo fratello minore, William.
Quell’evento rimarrà ancorato nella sua mente ad un fenomeno profetico: un fulmine che squarcia una quercia.
“A questo metterò fine” promette a sé stesso, con l’insanaconvinzione di stare facendo la cosa giusta.
Deciso a condurre le sue ricerche in quei territori proibiti, Victorlascia Ginevra per studiare all’Università di Ingolstadt, portando con sé un diario donatogli dalla madre.
Qui, lontano da casa, precipita definitivamente nel baratro della follia quando il suo mentore, il professor Waldman, viene ucciso da un contadino.
Da quel momento, Victor dedicherà tutte le sue energie al titanico scopo di vincere la morte.
Senza mostrare alcun rispetto né per i vivi né per i morti, ruba il cadavere dell’assassino del suo professore, gli trapianta il cervellodi Waldman e ne ricostruisce il corpo utilizzando parti dellevittime del colera.
Unico testimone di questa discesa all’Inferno è proprio il diario di sua madre, su cui Victor annota, punto per punto, tutti i passaggidel suo esperimento.
Ma quando finalmente tocca con mano il cuore pulsante della sua follia, si scopre disgustato.
Ciò a cui ha dato vita è profondamente sbagliato: una goffa e balbuziente brutta copia del miracolo della creazione.
Incapace di sostenere il proprio fallimento, Victor lo abbandona al proprio destino.
Ma quella creatura, qualunque cosa sia, è viva.
E sta imparando sulla sua pelle l’odio e la paura.
Victor torna a Ginevra per sposare Elizabeth, convinto cheritrovare la serenità della propria casa possa cancellare ciò che ha fatto.
Ma la sua gioia viene spazzata via da una duplice tragedia.
Suo fratello William viene trovato morto e la sua tata, Justine, viene linciata perché ritenuta colpevole dell’omicidio.
Victor, però, scopre una verità ancora più inquietante.
È stata la sua Creatura ad uccidere William e a far ricadere la colpa su Justine.
Impadronitasi del diario dimenticato in laboratorio, ha ricordato come si faccia a leggere, ha trovato il suo artefice e, cosa molto più grave, ha scoperto che cos’è.
Posto davanti alle proprie responsabilità, Victor non può piùeliminarla.
Perché ciò che ha davanti non è un semplice mostro in cerca di vendetta, ma un essere complesso e, per certe cose, tragicamente umano.
Dotato di parola e raziocinio, pentito per l’inutile male che ha arrecato, pieno di domande su di sé e, soprattutto, con un’unica richiesta: una compagna con cui poter condividere la propriaconsapevole mostruosità lontano dagli uomini.
Victor, per liberarsi di quel temibile essere in modo pulito, accetta la sua proposta.
Non sa ancora che la Creatura ha in mente un solo corpo da fare suo: quello di Justine.
Quando lo scopre, la sua coscienza si risveglia e lo porta a rimangiarsi la parola data.
Quella scelta gli sarà fatale.
Perché la Creatura si prenderà, fisicamente parlando, il cuore di Elizabeth.
Così facendo, metterà il suo creatore nelle condizioni di realizzare il suo insano sogno: riportare in vita una persona amata usando la scienza e la tecnologia.
Ma Elizabeth, una volta rianimata, comprende l’orrore della propria condizione e si dà fuoco con le sue stesse mani.
Victor, ormai, ha perso tutto ciò che aveva di più caro al mondo.
L’unica cosa che gli resta è dare la caccia al responsabile del suo tormento.
E sarà una ricerca lunga, che lo porterà ai confini del mondo, fino alla disfatta.
Ora, la vicenda di Frankenstein non è soltanto un monito sul non varcare i limiti imposti dalla Natura.
È, soprattutto, una riflessione sul dolore e sulle conseguenze del suo rifiuto.
Perché?
Perché la Creatura è, prima di tutto, la manifestazione fisica del trauma di Victor.
Questi, infatti, non ha mai superato il dolore della perdita.
Invece di accettarlo con la maturità dello scienziato che ambiva a diventare, ha finito per dargli un corpo e una mente propri.
Così facendo, però, ha creato un male che gli si è ritorto contro.
La storia, così come descritta, mi ha insegnato due cose che toccano aspetti molto delicati della vita di tutti noi.
La prima è che il dolore, per quanto insopportabile, è un fatto naturale.
Esiste come parte integrante della nostra vita.
Il male, invece, può provenire da noi.
E, talvolta, deriva dalla nostra incapacità di accettare il dolore.
L’aspetto più inquietante, infine, è che il suo rifiuto può trasformarci in mostri.
Per questi motivi, il dolore conseguente ad un evento non va represso né tantomeno rinnegato.
Al contrario, va vissuto, rispettato, ma, soprattutto, accettato.
Perché quell’accettazione, per quanto difficile, serve a mantenerci umani.
