
di Angelo De Cristofaro
Il lunedì successivo ai fatti del 17 e 18 ottobre, il professore cominciò l’appello cercando di non guardare troppo a lungo i banchi vuoti. A ogni nome senza risposta alzava gli occhi dal registro, aspettava un istante e poi proseguiva.
Fuori dalla scuola era ferma una volante della polizia. Due agenti controllavano il cancello e la strada mentre gli studenti arrivavano a piccoli gruppi. Alcuni, prima di entrare, abbassavano il cappuccio o infilavano le mani nelle tasche, quasi che un movimento sbagliato potesse attirare l’attenzione.
Per alcuni assenti la spiegazione era già arrivata: i genitori avevano preferito tenere i figli a casa dopo gli scontri e i messaggi circolati durante il fine settimana.
«Samira?» chiamò il professore.
Nessuna risposta.
Una ragazza alzò la mano. «Sua madre non voleva farla venire. Me l’ha scritto stamattina.»
Sul banco di Samira erano rimaste alcune scritte a penna e una piccola macchia di correttore. Il professore le aveva viste decine di volte. Quella mattina continuava a tornarci con lo sguardo.
Degli altri assenti non si sapeva nulla. Potevano essere rimasti a casa per paura, ma anche essere malati o avere un motivo completamente diverso. Il dubbio rimase nel registro, accanto ai loro nomi. Il professore concluse l’appello senza aggiungere altro.
La dirigente aveva chiesto agli insegnanti di affrontare l’accaduto con le classi. Alcuni rappresentanti degli studenti avrebbero partecipato a un incontro comune. La scuola non aveva risposte per tutto, ma voleva ascoltare e far sentire la propria presenza.
Il professore non aprì il libro.
«Che cosa vi è arrivato in questi due giorni?»
Sofia mostrò uno dei molti video ricevuti. Si vedevano persone correre, vetrine colpite, negozi saccheggiati, aggressioni e saracinesche abbassate. Le immagini erano spesso le stesse, ma ogni volta cambiavano le parole che le accompagnavano.
Insieme ai fatti documentati circolavano annunci di nuovi assalti, incendi nelle scuole, aggressioni contro le ragazze e cadaveri gettati nei Navigli. C’erano anche appuntamenti per andare in centro ad assistere a ciò che sarebbe successo. Ogni messaggio sembrava chiedere la stessa cosa: avere paura e passarla a qualcun altro. Nessuno sapeva indicare una fonte precisa.
«Mia madre ha letto quello degli stupri», disse Sofia. «Ieri non voleva farmi uscire neanche per andare da mia nonna. Ogni tanto veniva in camera e mi chiedeva se avessi ricevuto altri messaggi.»
«Quella cosa era falsa», ribatté un ragazzo.
«Come lo sai?»
«L’hanno detto tutti.»
Sofia guardò di nuovo lo schermo. «È questo il problema. Lo dicono tutti anche quando non sanno niente.»
Hamed teneva la felpa nera chiusa fino al collo.
«Nei messaggi scrivono sempre stranieri, vestiti di nero, col cappuccio. Io sono straniero, sono vestito di nero e ho il cappuccio. Pure io, allora?»
Nessuno rise.
«Sabato ero da mio zio», aggiunse.
Il professore non gli aveva domandato dove fosse.
Hamed abbassò gli occhi sul telefono. Con il pollice continuava a illuminare e spegnere lo schermo.
«Lo so che nessuno mi ha accusato. Però sembra sempre che dobbiamo dirlo prima.»
Per qualche secondo nessuno parlò. Dal corridoio arrivò il rumore di una porta chiusa e poi di nuovo il silenzio.
Il professore cercò una risposta, ma tutte gli sembrarono più semplici della domanda.
Hamed mostrò una conversazione con il nome di una piazza e un orario. Il messaggio invitava ad andare a vedere, promettendo che sarebbe successo di tutto.
Luca si sporse. «È arrivato anche a me.»
Il suo messaggio era quasi identico, ma indicava un orario diverso.
«Io non ho mandato niente», precisò. «Me lo sono trovato nel gruppo.»
«Pure io», disse Hamed.
Il professore non aveva chiesto chi li avesse scritti. Eppure entrambi avevano sentito il bisogno di cominciare da lì.
L’anno precedente, con Hamed e Luca, ogni provocazione rischiava di trasformarsi in uno scontro. Non erano sempre loro a cominciare, ma nessuno dei due riusciva a fermarsi quando una battuta diventava una sfida. I messaggi venivano mostrati agli amici, le risposte commentate e rilanciate.
Quando erano arrivati alle mani, gli altri si erano stretti intorno a loro per vedere chi avrebbe colpito per primo. Qualcuno aveva sollevato il telefono. Qualcuno aveva incitato. Nel tentativo di dividerli, anche il professore era stato colpito.
Il dolore era passato in pochi giorni. Gli era rimasta più a lungo l’immagine dei telefoni alzati intorno a loro. Nessuno entrava nel cerchio per aiutarlo, ma tutti cercavano di vedere meglio. In seguito quasi tutti avevano spiegato di non avere fatto nulla: erano soltanto rimasti a guardare.
Ora quella stessa dinamica sembrava essersi allargata. La città era entrata nelle camere, nelle cucine e infine nella classe.
«Ma perché era cominciato il corteo?» domandò una ragazza.
Qualcuno ricordò il carovita, gli stipendi bassi e i servizi pubblici inadeguati.
«Quelli con le pietre erano andati per fare casino», disse Luca.
«Alcuni sì», rispose Sofia. «Altri avevano letto che potevano entrare nei negozi e prendere la roba.»
«Però non erano tutti uguali», aggiunse Hamed. «Altrimenti uno rompe una vetrina e diventiamo colpevoli tutti.»
Le ragioni del corteo esistevano, ma le devastazioni le avevano quasi fatte scomparire.
Una compagna domandò perché la polizia non avesse fermato prima gli assalti. Le risposte si sovrapposero: c’era chi accusava gli agenti di non essere intervenuti e chi ricordava le immagini delle cariche. Qualcuno disse che tanto il giorno dopo erano tutti fuori.
«Essere fermati non significa essere condannati», precisò il professore.
Dopo quella precisazione, il professore non aggiunse altro. Quasi tutti sembravano cercare una risposta capace di togliere loro la paura. Lui non l’aveva.
Sofia raccontò che i suoi genitori avevano discusso per tutta la sera. La madre sospettava che qualcuno volesse usare gli scontri contro il governo; il padre pensava che la paura sarebbe servita a chiedere più sicurezza e meno libertà. Nessuno dei due aveva prove.
«Tu a chi credi?» chiese Luca.
Sofia rimase con il telefono fra le mani.
«Non lo so. Però, per una volta, si sono ascoltati.»
Un ragazzo si rivolse al professore. «Lei può parlare di politica?»
«Posso parlarne. Non posso dirvi chi ha ragione se non ci sono prove, e non sono qui per insegnarvi che cosa votare. I vostri genitori hanno fatto delle ipotesi. Che siano riusciti ad ascoltarsi, invece, è un fatto.»
Divise la lavagna in due parti. A sinistra scrisse: «Che cosa sappiamo». A destra: «Che cosa abbiamo ricevuto».
Nella prima colonna finirono gli scontri, le vetrine infrante, i negozi saccheggiati e le aggressioni documentate. Nella seconda, gli annunci di nuovi assalti, gli incendi, gli stupri e gli appuntamenti privi di una fonte.
«E se aspettiamo di controllare e poi succede davvero?» domandò una ragazza.
Hamed guardò il telefono. «Se non lo mandi e poi succede davvero, sembra che potevi avvertire. Se lo mandi e non succede niente, hai spaventato tutti.»
«Si può mostrarlo a qualcuno senza mandarlo a cento persone», disse Sofia.
La discussione arrivò alle famiglie. Alcune avevano trattenuto i figli a casa; altre non sapevano dove fossero stati durante il fine settimana. C’erano adulti che provavano a esserci e altri che non ne avevano più il tempo, la forza o gli strumenti.
«Dicono che deve pensarci la famiglia», osservò Luca. «Ma se i genitori lavorano, la scuola chiude nel pomeriggio e il quartiere non offre nulla, noi dove dovremmo andare?»
Nessuno gli rispose.
«Mia madre torna dopo le sette», continuò. «Io alle due sono già fuori. Fino a sera dove vado? Dopo un po’ segui gli altri. Non è che decidi sempre dove finisci.»
La scuola offriva soltanto attività occasionali. Mancava uno spazio aperto con continuità, nel quale studiare, parlare o semplicemente restare.
«E poi dicono che viviamo nei telefoni», aggiunse Luca. «Dicono che vivremo peggio dei nostri genitori. Ma se cominciamo così, non so quanto peggio possa andare.»
Più tardi, alcuni studenti parteciparono all’incontro promosso dalla dirigente. Venne chiesto che cosa avessero visto, quali messaggi avessero ricevuto e che cosa li avesse spaventati. Gli adulti non avevano una risposta per tutto. Ma rimasero ad ascoltare le loro paure fino all’ultima domanda. Presero nota dei messaggi, chiesero agli studenti di inoltrarli alla scuola e promisero di verificarli uno per uno.
Quando tornarono in classe, il professore chiese che cosa avrebbero fatto al prossimo messaggio. Le risposte furono poche e concrete: controllare la fonte, non andare sul posto per curiosità, mostrare le minacce a un adulto e non diffondere immagini umilianti.
Poco prima del termine della lezione, il telefono di Luca vibrò. Era arrivato un audio che annunciava nuovi disordini nel prossimo fine settimana e chiedeva di farlo girare.
Luca lo portò sulla cattedra. Hamed e Sofia si avvicinarono. Anche gli altri si alzarono.
Per un istante il professore rivide il cerchio dell’anno precedente, i telefoni sollevati, i ragazzi che si spingevano per guardare.
Questa volta si strinsero intorno a un messaggio per capire da dove venisse. Cercarono il luogo, l’ora e la persona dalla quale avrebbe avuto origine la notizia.
Non trovarono nessun nome.
Il professore propose di segnalare il messaggio e di mostrarlo a chi, nella scuola, raccoglieva quelle comunicazioni. Luca rimase con il dito sopra lo schermo. Poi annuì.
Il messaggio restò sulla cattedra, senza trovare un altro telefono.
Quando suonò la campanella, gli studenti uscirono lentamente. Il banco di Samira rimase vuoto.
Hamed si rimise il cappuccio e attraversò il cancello.
Nota dell’autore
“I banchi vuoti” racconta non soltanto ciò che i ragazzi hanno fatto nelle strade, ma ciò che le strade, le immagini e le parole hanno fatto ai ragazzi.
Nella copertura mediatica, i giovani sono spesso osservati dall’esterno: manifestanti, minorenni, fermati, possibili responsabili.
Qui diventano invece soggetti che guardano, ragionano, sbagliano, temono e si contraddicono. Il testo non li assolve e non attribuisce a tutti la stessa responsabilità: restituisce loro una voce e un punto di vista.
Il racconto è ispirato a fatti reali. Personaggi, dialoghi e ambientazioni scolastiche sono stati rielaborati per tutelare l’identità delle persone coinvolte ed evitare l’identificazione della scuola.
