Sono una donna di 48 anni e lavoro in un ambiente piuttosto giovanile, una scuola. Frequento anche dei gruppi musicali dove ci sono persone di tutte le età. 
Ecco, quando si dice che l’età non conta per la musica e che la musica non ha età, quando si dice che non è mai troppo tardi per imparare, che in qualsiasi periodo della propria vita è possibile intraprendere un percorso di studio, si pensa che questo sia un concetto sacrosanto.
In questa epoca nella quale tutto muta e nessuno tace mai, un’epoca di abissi, picchi, contrasti e omologazioni, ho imparato a considerare, per forza degli eventi, che l’età, al contrario, conta. Anzi conta tantissimo nel modo di comunicare che ognuno ha appreso come naturale, primario.
Parole, ninne, filastrocche, poesie, poemi, inni, canti e canzoni. Parole. Scritte. Parole anche difficili da imparare, nella lingua dei miei nonni e dei miei genitori. Anche un po’ di dialetto.
Il dialetto. Con un po’ di amarezza mi accorgo che sono vittima e artefice della modernità e ho contribuito alla perdita del prezioso patrimonio lessicale, semantico, linguistico e sonoro del dialetto con cui sono cresciuta. Non lo ho appreso bene, solo un po’, e non l’ho mai usato come lingua primaria per comunicare. Forse, appartengo all’ultima generazione cresciuta con il costante suono dialettale nell’educazione dei nonni e dei genitori. Oggi, credo, capita un po’ meno.
Ascolto e leggo parole nuove, in compenso. Nelle chat di gruppo e sul tram.
Ascolto e leggo ciò che si dicono le persone anche con le parole, non solo con musica, immagini, gestualità. E, devo dirmi, anche le parole hanno un’età. Eccome, se ce l’hanno. Hanno un’età etimologica e un lungo, lunghissimo percorso di crescita e cambiamenti snodato tra Storia, Geografia, geometrie sociali, triangolazioni economiche, errori, omissioni, troncamenti, allitterazioni, legislazioni indurite dal burocratese e saggezza popolare, anche saltando tra una lingua e l’altra, tra una radice e l’altra, dai suoni dei Mori e dei Vichinghi a quelli dei Greci e Latini.
Ebbene, le parole. Quelle di cui mi nutro, quelle che uso come strumento principe per creare ponti tra la mia individualità e un’altra, e tra me e me, generando reti e figure. 
Le parole che ho sentito e letto tra i giovani con cui sono entrata in contatto hanno impattato sulle mie orecchie in modo un po’ ruvido, ostico, strano. Le parole, la mia lingua madre, nel loro eloquio diventavano cose sconosciute.
Ecco come è andata.
Dopo tante mattine in cui compivo lo stesso tragitto, una mattina, in particolare, attraversavo l’area pedonale antistante le scuole per raggiungere la mia sede e tendevo l’orecchio alle conversazioni giovanili. Mi sono accorta che sentivo ma non capivo niente.
Non me ne ero mai resa conto fino a quel momento.
Il senso delle frasi mi è venuto a mancare. Vuoto. Sembravo, mi sentivo una straniera.
Non capivo il loro linguaggio. È stata una scoperta graduale, di una gradualità dovuta ad un primo approccio noncurante da parte mia, ma quando mi sono resa conto che non capivo e che avrei voluto capire, è stato un momento vissuto in modo piuttosto traumatico.
Ascoltavo loro parlare e mi percepivo come in una bolla piena d’acqua in cui i suoni si mescolano. Sentivo inglesismi inseriti nelle frasi, riconoscibili da dizione e radici ma il senso del messaggio mi era completamente sconosciuto.
Ho smesso, come sotto la doccia gelata, di pensare che fosse lo stesso, per me, il non capire nulla.

Ti choppero, stai woke, giuro, non riuscivo a stare al passo con i discorsi, tanto che ho più volte pensato: “Che ci faccio qui?”
Eppure tutti quanti sembravano contestualizzati e normalizzavano quelle parole.
Mi sono allontanata con un senso di estraneità e impotenza al cospetto dei tempi che cambiano più velocemente dei miei pensieri, si scagliano contro le abitudini e ci scivolano sopra facendomi riconoscere il motto sibilato “O ti adatti, o resti indietro”.
Dopo averci pensato un attimo, ho scelto un’alternativa differente: scoprire e comprendere. Non posso competere con questi ritmi di geologia glottologica, non desidero scimmiottarne i termini. Io sono me stessa anche quando parlo al giorno d’oggi. Non penso che i “grandi” debbano parlare come le nuove generazioni ma che sia necessario provare a comprenderne i messaggi.
Ho ascoltato meglio, a scuola, davanti alla secondaria, come si parlano i ragazzi e le ragazze. Questi usano una pletora di vocaboli a me ignoti che, quando riesco a carpirne uno, cerco di indovinarne il senso e immancabilmente apprendo, dopo aver consultato la fonte di conoscenza tascabile che abbiamo tutti, di aver sbagliato interpretazione.
Scopro così di essere incuriosita dalla lingua nuova e anglofona che scivola nelle strade, fuori dai locali, nelle chat di gruppo, nell’esedra che conduce i passi degli studenti fino al portone scolastico.
Questa lingua nuova, alla quale voglio e non voglio essere avvezza, mi chiede uno sforzo di continuo apprendimento e collegamento tra due età diverse, tra generazioni e stili di vita (sperando che sia reciproco) per creare un avvicinamento e una paritaria comprensione.
Le espressioni linguistiche costituiscono da sempre i ponti che portano da una generazione all’altra.
Mi sono resa conto, dunque, di avere tra le mani una bella opportunità per creare passaggi di comunicazione e, con essi, di fiducia.
Il linguaggio fa anche questo.