
di Giacomo Pio Augello
Settembre è comunemente considerato il mese dei rientri.
Io, invece, quest’anno, ho finito per associarlo al cambiamento. E non perché il colore delle foglie inizia a mutare da verde ad arancio.
Rientrato dalle ferie, mi sono occupato di rinominare tutti gli impegni della mia agenda, cercando di catalogarli in base all’attività da svolgere.
Mentre facevo questo lavoro, mi sono accorto di una cosa: alcuni impegni, fino a quel momento nebulosi perché genericamente indicati come “adempimenti”, diventavano improvvisamente molto più chiari semplicemente perché avevo iniziato a chiamarli con un nome più preciso.
Alla fine, mi sono ritrovato con un’agenda molto più ordinata e, soprattutto, con una domanda: quanto sono importanti le “etichette” per il nostro benessere quotidiano?
La risposta è: molto più di quanto si immagini.
La parola, come noto, è lo strumento che utilizziamo per dare il nome a tutto ciò che ci circonda.
Il suo potere, però, come aveva intuito il filosofo Gorgia di Leontini, va ben oltre la sterile nomenclatura.
Questo perché, ogni volta che utilizziamo un termine per definire qualcosa, non ci limitiamo a descriverla secondo le sue caratteristiche intrinseche.
In qualche modo, la interpretiamo.
Le attribuiamo un significato positivo o negativo.
La associamo ad emozioni, esperienze, ricordi.
In breve, utilizziamo le parole per creare le connessioni che costituiscono la mappa della realtà che ci circonda.
Così, accumuliamo esperienza e impariamo ad avvicinarci a ciò che reputiamo piacevole e utile e ad allontanarci da ciò che abbiamo imparato a considerare sgradevole e pericoloso.
Il punto è che queste qualità positive e negative non sempre appartengono alla natura oggettiva delle cose.
Molto spesso siamo noi ad attribuirgliele.
Ed è proprio questa attribuzione che finisce, inevitabilmente, per condizionare il nostro comportamento.
Le etichette, però, riguardano soprattutto le persone.
Volete un esempio?
Harry Potter.
Appena arrivati a Hogwarts, i ragazzi vengono divisi in quattro case: Grifondoro, Serpeverde,
Corvonero e Tassorosso.Lo smistamento si basa sulle caratteristiche naturali e le inclinazioni di ciascuno: chi è “coraggioso” finirà quasi certamente tra i Grifondoro, mentre chi è ambizioso sarà destinato ai Serpeverde.
Ma è proprio qui che accade qualcosa di interessante.
L’appartenenza alla casata, sebbene studiata per massimizzare le qualità innate del singolo studente, si trasforma in un’aspettativa: definisce più chiaramente ciò che gli altri si aspettano da lui e, cosa molto più importante, determina ciò che lui si aspetta da sé.
Qui sta il più grande e oscuro potere delle etichette.
La capacità di trasformare ciò che “facciamo” in ciò che “siamo”.
Qual è la conseguenza?
Il modellamento della nostra identità.
C’è una differenza distruttiva tra il dire: “Ho fallito” e “Sono un fallito”.
Lo stesso vale quando diciamo: “Questa cosa mi spaventa” e “Sono un codardo”.
Perciò, prestiamo attenzione alle etichette che applichiamo a noi stessi.
Perché?
Perché noi non siamo semplicemente quel che siamo.
Noi diventiamo ciò che ci raccontiamo di essere.
