di Giacomo Pio Augello

A S.C.

Siamo all’incirca a metà degli anni 90.

Io ero un balbuziente bambino che prendeva lezioni di equitazione perché voleva assomigliare al suo idolo: il Nessuno di Terence Hill.

Il maneggio fu la mia prima scuola di vita.

Lì, tra ostacoli, scarti e cadute imparai che per trovare la pace dovevo affrontare la paura e non fuggire da essa. 

Che dopo ogni caduta, per quanto dolorosa o pericolosa, mi sarei rialzato più determinato di prima.

E mi insegnò anche chi sarebbe stato il più forte nei momenti difficili.

In questo modo.

In una calda domenica di maggio, il maneggio aveva organizzato una serie di giochi senza frontiere cui ero stato invitato a partecipare insieme ad altri bambini della mia età.

Per la prova finale, io e gli altri ragazzi dovevamo attraversare il campo destinato alle gare di corsa a ostacoli portando due secchi pieni d’acqua e poi tornare al punto di partenza.

Quando mi presentai sulla linea di partenza, mi resi conto delle dimensioni dell’impresa: 100 metri di sabbia alta in cui sprofondavi ad ogni passo con il peso dei due secchi tra le mani.

L’organizzatore diede il segnale.

Partimmo.

Io, dall’alto dei miei 150 centimetri, più che correre arrancavo.

Le mie gambe erano lente, lo sapevo.

Le mie braccia erano magre e a fatica reggevano il peso dei due secchi che si sbilanciavano più o meno ad ogni passo, facendo schizzar fuori l’acqua.

Gli altri bambini, invece, più alti e più atletici di me andavano spediti.

Già dopo pochi istanti dall’inizio fui superato.

E poi, anche doppiato.

Era umiliante.

Eppure, non riuscivo a fermarmi.

Non mi interessava di essere l’ultimo della fila, perché l’unica cosa che avevo in testa era toccare con le mie mani la staccionata bianca che segnava il giro di boa della corsa.

Dopo tanta fatica, arrivai al punto in cui potevo mollare il primo secchio.

Fu come una boccata di ossigeno.

Liberato da quella parte di peso, ripresi vigore e, con uno sforzo immane, stesi il mio braccio al massimo fino a toccare la tanto agognata staccionata.

Potevo lasciare andare anche l’altro secchio e completare la corsa in piena libertà.

Non ci crederete, ma quella gara alla fine l’ho vinta io.

Perché?

Perché gli altri concorrenti hanno mollato, vinti dalla fatica e dal caldo.

Io no.

Io dovevo correre dal mio istruttore che mi aspettava a braccia aperte al traguardo.

La mia sfida non era con il ragazzino che mi correva a lato.

Era contro quella sabbia profonda che mi separava dal traguardo.

Non andavo avanti perché dovessi vincere una medaglia o una coppa.

Continuavo a correre perché la mia mente si rifiutava di cedere alla fatica e al dolore.

La sfida era con me stesso.

E io dovevo vincere. 

E, alla fine, vinsi.