
di Giacomo Pio Augello
A E.P.
Che ci crediate o no, io non sono nato con il talento per la scrittura.
Al contrario, c’è stato un tempo in cui non ero capace di mettere pensieri per iscritto.
Durante la mia carriera scolastica, la scrittura non aveva mai rivestito un ruolo fondamentale nella mia formazione.
In quel periodo, mi limitavo a fare i temi assegnatimi, ma nessuno aveva mai sollevato la questione sulla mia capacità di scrivere.
Questa mia situazione subì un brusco arresto quando giunsi alla prima classe di liceo.
Perché quell’anno, incassai la mia prima sufficienza proprio nel tema di italiano.
Quel voto mediocre fu una doccia fredda, anche perché ero un alunno molto diligente che metteva lo studio al primo posto.
Lo stupore, però, lasciò presto il posto allo sconforto perché, nonostante il mio impegno, il rendimento nei temi di italiano non accennò a migliorare.
E fu così per tutto l’anno.
Per la prima volta, mi trovai di fronte ad un problema che la mia ben nota forza di volontà, da sola, non era in grado di superare.
Il mio senso di smarrimento, però, si scontrò contro la determinazione della mia insegnante la quale, incapace di accettare il fatto che io rendevo benissimo nell’esposizione orale e malissimo in quella scritta, decise di aiutarmi perché voleva portare entrambe le abilità allo stesso livello.
All’ultimo colloquio prima della fine dell’anno, mi disse: “Durante quest’estate devi leggere “Il Fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno e centomila” e mi devi portare i riassunti di ogni singolo capitolo. Vedrai che migliorerai e arriverai molto più in alto di quanto immagini”.
Confesso che, quando me lo disse, io rimasi perplesso.
Avevo già sedici anni e la mia carriera scolastica stava volgendo al termine.
Nella mia ingenuità, mi sentivo oramai troppo “vecchio” per il salto che lei mi chiedeva di compiere.
Come avrei potuto recuperare 10 anni di insegnamento mancato in appena 3 mesi?
Non era possibile, credevo.
Come sempre, in queste situazioni, mi tornarono in mente le parole del mio motivatore di fiducia, Mickey Goldmil: “Come sarebbe non posso? Non ci sono non posso! Non esistono!” e cosìiniziai.
I primi giorni continuavo ad essere perplesso sull’efficacia di quel metodo e mi pesava mettermi alla scrivania a leggere e a scrivere con il sole fuori che splendeva nella gioia di quella caldissima estate.
Ma con il passare del tempo, quel lavoro si trasformò in un vero e proprio rituale.
Ogni pomeriggio avevo la mia ora da dedicare alle storie raccontate dalla mente brillante di Pirandello e, senza accorgermene, iniziai a saper gestire i rudimenti della scrittura.
Quando tornai a scuola, i risultati erano decisamente migliorati.
Ci sarebbe voluto ancora tanto lavoro da fare prima di raggiungere i livelli che la mia insegnante pretendeva da me, ma ero sulla strada giusta.
Finita la scuola, smisi di scrivere per un bel po’ di tempo, finché, un giorno, non ebbi un’idea che volli mettere su carta.
Mi stupii molto notare quanto fossi migliorato nonostante il lungo periodo di inattività.
Il motivo era che l’abilità che avevo acquisito in quell’estate lontana non era andata persa.
Al contrario, era stata risvegliata e incrementata dalle letture che facevo lungo il tragitto in treno per andare a lavorare.
Da quel momento, posso dire, ho iniziato a scrivere.
A scrivere davvero.
All’inizio, scrivevo per me stesso.
Poi, ho scritto, e scrivo tuttora, per amore dei miei cari.
Perché quando le circostanze mi impediscono di comprargli dei regali per celebrare le loro occasioni speciali, gli dono i miei racconti, che cerco di concepire su misura per loro.
Questa esperienza mi ha insegnato che le cose arrivano al momento giusto.
Di fronte a un impegno che richiede l’acquisizione di una nuova abilità, si può pensare di non poterlo affrontare perché oramai è troppo tardi.
Ma questo non è del tutto vero, perché la perdita di alcune abilità si compensa con lo sviluppo di altre.
Nel mio caso, io non avevo più la mente plastica di un bambino di 6 anni, ma ero pronto a vivere quel miglioramento perché avevo la maturità sufficiente a capire il valore di quell’insegnamento.
Questo mi ha permesso di prendere quel lavoro con una serietà che, verosimilmente, non avrei avuto durante l’infanzia.
Ma il bello di ciò che arriva al momento giusto è proprio questo: per chi lo sa cogliere, è carico di significato.
Ancora oggi, mi chiedo come sia stato possibile per un sedicenne privo di qualunque particolare talento fare quel salto.
La risposta è da ricercare a due fattori.
Il primo è stato l’incontro con una caparbia insegnante che ha messo, oltre alla sua esperienza, la sua determinazione al servizio di un alunno altrimenti perso.
È un insegnamento che mi porto ancora dietro e che mi guida anche adesso.
Il secondo fattore è stato il gusto per la sfida.
Quel desiderio di testare le proprie capacità di adattamento per superare i propri limiti.
Acquisire una nuova abilità è un po’ come andare in montagna.
Gli scalatori trovano soddisfazione nel viaggio che compiono verso la cima.
La gioia che provano quando arrivano in vetta è la naturale reazione al superamento degli ostacoli incontrati lungo il cammino.
È una lezione dura su come l’automiglioramento non preveda scorciatoie e richieda un tributo di resilienza.
Una verità che io, per mia fortuna, avevo già imparato.
In un altro luogo.
In un altro tempo.
E, per voi, in un altro numero.
Grazie per l’attenzione.
Al prossimo appuntamento.
Nel prossimo numero
Cos’è la resilienza? Se volete scoprirlo, vi attendono un caldo sole di primavera, un campo di sabbia profonda e… due pesanti secchi d’acqua.
