di Aurora Marella

18 – 22 marzo. Milano ricorda le sue Cinque Giornate. Forse ad alcuni di noi, presi tra prenotazioni vacanziere, pranzi di Pasqua, Referendum e Vita, che ci prende e ci porta con abbracci e graffi, è scappato di mente. 

Ma Milano si ricorda. E rinnova la propria Storia con numerosi eventi tra il Museo del Risorgimento, la cripta del Policlinico Ca’ Granda e il Monumento nella Piazza dedicata. 

Il solo e semplice camminare tra le vie del centro, immaginando al posto delle vetrine, le barricate, le ingegnose e creative barricate che rappresentavano la libertà per i milanesi e una vera trappola per topi per gli austriaci, è una passeggiata che esce dalla consuetudine e accende una realtà aumentata che stupisce sempre. 

La Storia delle Cinque Giornate è stata studiata da tutti, è presente sui libri e su mille riassunti scolastici. Ma qui voglio condividere il lato più umano della grande Storia, la storia piccola ma più vicina a noi che viviamo Milano 178 anni dopo.

Nella primavera del 1848 i milanesi erano stanchi del dominio austriaco nella città. Alle armate di 14.000 soldati e all’artiglieria del maresciallo Josef Radetzky, stoccata nel Castello Sforzesco, il popolo rispose con una rivolta condotta da un’ingegneria creativa e coraggiosa che partiva dal basso. Radetzky sottovalutava il desiderio di libertà dei “milanini”, così li chiamava, sicuro di una loro veloce resa.

La città in meno di 24 ore fu trasformata in un labirinto di barricate, 1700 muri che sbarravano la strada a soldati e cavalli austriaci. I milanesi esasperati usarono ogni cosa a disposizione per impedire agli occupanti di percorrere la città: piovevano dalle finestre dei palazzi nobiliari mobili, divani, pianoforti, armadi, letti, cassapanche, furono divelti il pavé e i lastroni stradali in pietra, le colonne in granito dei marciapiedi. Dalle osterie, i banconi e i tavoli. Nemmeno le chiese furono trascurate: altari, panche, marmi del Duomo diventarono il mezzo per scacciare il nemico. Tutto in una notte. 

Tutti i milanesi, ricchi, poveri, nobili e diseredati erano uniti contro l’occupazione austriaca.

Radetzky e i suoi erano così impossibilitati ad intraprendere alcuna manovra militare, bloccati in vicoli ciechi, colpiti dal basso e dall’alto. 

I mezzi del popolo erano semplici ma efficaci in quella situazione: dalle fionde dei ragazzini all’olio bollente e tegole lanciati dalle donne dalle finestre. Le barricate erano fitte e alte, percorribili solo attraverso buchi nei muri delle case o addirittura saltando da un balcone all’altro. Tutto alle spalle degli austriaci, come ombre invisibili ai loro occhi.

Le barricate miravano anche ad aprire un varco verso l’esterno di Milano, verso le campagne, per permettere l’arrivo di aiuti e impedire l’ingresso dei rinforzi austriaci. La prima porta milanese riconquistata dal popolo fu l’allora Porta Tosa, oggi Porta Vittoria. 

Il grande impero austriaco fu sconfitto così, con ogni idea e ogni mezzo a disposizione delle mani dei cittadini milanesi. Le comunicazioni correvano nei piedi veloci dei Martinitt, gli orfanelli dell’istituto San Martino. Come piccole rondini per le loro divise a falde, volavano silenziosi e invisibili da un punto all’altro della città portando comunicazioni organizzative per la rivolta.

E ancora, le donne di Milano. Infermiere, ma non solo. Difendevano a suon di lanci dai balconi e anche imbracciando fucili sulle barricate. Nobildonne e operaie, tutte.

Un aspetto che mi ha incuriosito è stato quello relativo alle comunicazioni tattiche della rivolta. I milanesi hanno utilizzato i campanili come torri di avvistamento e per trasmettersi un segnale in codice. Le campane suonavano informazioni cruciali con un codice condiviso. 

Il colpo di genio tecnologico arrivò con i palloni aerostatici. Per chiedere aiuto alle campagne e ad altri centri urbani e spezzare l’isolamento della città, i milanesi lanciarono piccoli aerostati di carta. Come lanterne cinesi riempite di volantini e proclami patriottici, questi palloni superarono le mura presidiate dagli austriaci, diffondendo fuori città la notizia della resistenza di Milano. Era guerriglia.

L’austriaco era braccato, ora. E il gigante Radetzky si risolse ad abbandonare Milano scrivendo sul rapporto: “Il carattere di questo popolo sembra cambiato come per colpo di bacchetta magica… È la più terribile decisione che io prenda in vita mia, ma non posso più tenere Milano. Tutta la campagna è in rivolta, io sono minacciato alle spalle.”

Orfani a piedi nudi, palloni di carta e unione. Questa è stata la libertà di Milano.