di Giorgio Righetti

Tradizioni, usanze, che duravano da secoli, sono tramontate, sparite senza che ce ne accorgessimo. Valga un esempio per tutte: i giochi dell’infanzia. Una vecchia canzone popolare dice felice chi ricorda per lungo tempo i giochi della sua infanzia.
Cominciamo tanto per entrare nel gioco a fare la conta come si faceva più di mezzo secolo fa.
“Auliulé che t’amuse,
che t’approfitta lusinghé:
tulilem blem blum
tulilem blem blum!”.
“I CICCH”. Erano fatte di terracotta colorata e il più delle volte finivano in pezzi. Per questo erano molto apprezzate quelle palline di vetro sottratte alle bottiglie delle gassose, dette “biciclette”.
“O BIRLÒ”. Era un piccolo cono di legno massiccio, munito in punta da un chiodo a capoccia di ottone. Era fatto girare su se stesso a colpi di frusta e si facevano gare di resistenza. IL MONDO. Sopra un lastricato si disegnava con gesso un grande rettangolo suddiviso a sua volta da una linea per per il lungo e da due per il largo, in modo da ottenerne sei quadrati. Ad un capo del quadrilungo si tracciava un semicerchio. Questo fatto i giocatori dovevano con un piede far balzare una piccola piastrellina da una linea all’altra senza toccarle e, senza mai appoggiar per terra il secondo piede, farla pervenire fino al semicircolo e poi di seguito con apposite regole. Ogni casella rappresentava un giorno della settimana: il semicerchio, era il giovedì e si poteva toccar terra con ambo i piedi. Nell’eseguire il gioco si elencavano i giorni: lunedì, martedì, mercoledì, ecc. Quando il regolamento del gioco imponeva di attraversare le caselle ad occhi chiusi o rivolti verso il cielo, il giocatore sostava ad ogni passo chiedendo “maro?”, cui l’avversario rispondeva: “dolce” se tutto andava liscio; ma se un piede fallava toccando le linee, il giocatore faceva una “ maronada” e doveva passare il gioco al compagno.