di Maria Mihaela Barbieru

Agapè arrivava in ufficio sempre qualche minuto prima degli altri. Non perché fosse necessario, ma perché quel breve tempo di silenzio era l’unico spazio che riusciva ancora a sentire come suo.

Appoggiava la borsa con delicatezza, come se temesse di disturbare qualcosa di invisibile, e restava lì, immobile, davanti alla finestra del suo ufficio. Da lassù, la città sembrava già sveglia e dinamica: tram che scivolavano sulle rotaie, persone con lo sguardo basso, vite che correvano a profumo di brioches e cappuccini.

E lei? Lei si sentiva ferma.

Non bloccata, no. Piuttosto… svuotata. Come una stanza dopo una festa che si era consumata troppo a lungo.

Il lavoro le aveva dato tanto: stabilità, riconoscimento, una certa sicurezza. Ma negli ultimi mesi qualcosa si era incrinato. Ogni e-mail sembrava uguale alla precedente, ogni riunione una replica senza anima.

E ogni sera tornava a casa con quella strana sensazione di aver fatto molto… ma vissuto poco.

Una sera, mentre si toglieva le scarpe all’ingresso, si accorse di quanto fosse stanca. Non solo nel corpo. Ma dentro di lei.

Si sedette sul parquet silenziosamente, senza accendere la luce.

E rimase lì.

In quel buio leggero, con il rumore lontano della città, sentì emergere una domanda che da tempo cercava di ignorare: “È davvero questa la vita che voglio continuare a vivere?”

Le parole la attraversarono come un brivido.

Non erano nuove. Ma per la prima volta… non le respinse…bensì le accolse con generosità.

I giorni scorrevano, e la Pasqua si avvicinava come una promessa silenziosa.

In ufficio, tutti parlavano delle vacanze: chi partiva, chi tornava dalla famiglia, chi progettava di “staccare”.
Agapè annuiva, sorrideva, partecipava.

Ma dentro di lei, l’attesa era diversa.

Non desiderava solo partire.
Desiderava ritrovarsi.

 

Un sabato mattina uscì presto, senza meta. L’aria aveva ancora un filo di freddo, ma c’era qualcosa di nuovo: un profumo leggero, quasi impercettibile.

La Primavera!

Camminando, si fermò davanti a una vetrina. Non per ciò che era esposto, ma per il riflesso.

Si guardò.

Non in superficie, ma davvero.

Gli occhi leggermente spenti. Le spalle un po’ chiuse. Quella tensione sottile che non la lasciava mai.

E allora si chiese: “Quando ho iniziato a dimenticarmi di me?”

Le tornò in mente un ricordo.

Aveva dieci anni, forse undici, in Cappadocia. Era in un prato con sua nonna, durante le vacanze di Pasqua. Rideva senza motivo, correva senza pensare, si sdraiava sull’erba guardando il cielo come se fosse infinito, guardando volare le colorate mongolfiere.

Sua nonna le aveva detto: “Ricordati sempre come ti senti adesso. Questa sei tu.”

Agapè chiuse gli occhi. Quella bambina… dove era finita?

 

L’ultima settimana prima delle vacanze fu la più intensa. Il lavoro sembrava moltiplicarsi, come se volesse trattenerla.

Ma qualcosa in lei era cambiato.

Non reagiva più allo stesso modo.
Non si identificava più completamente con quel ritmo.

Ogni tanto si fermava, respirava, e si faceva una domanda semplice:

“Questo è davvero urgente… o sto solo correndo per abitudine? Sono diventata anch’io una mongolfiera in balia del signor vento? ”

E, sorprendentemente, molte cose smettevano di essere così importanti.

Arrivò finalmente il venerdì.

L’ultimo giorno.

Quando spense il computer, non provò euforia. Provò… rispetto.

Per quel momento. Per sé stessa.

Uscì dall’ufficio con passo lento, quasi solenne. Come se stesse attraversando una soglia invisibile.

E in effetti, lo stava facendo.

 

Le vacanze iniziarono senza programmi rigidi. Nessuna fuga lontana, nessun itinerario perfetto.

Solo tempo. Tempo vero.

I primi giorni furono strani. Il silenzio le faceva quasi paura. Era abituata al rumore continuo, al riempire ogni spazio.

Ma poi, qualcosa accadde.

Una mattina si svegliò presto. La luce entrava piano dalla finestra, accarezzando la stanza.

Restò a letto, senza prendere il cellulare.

E per la prima volta dopo mesi… non sentì fretta.

Scese in cucina, preparò il caffè lentamente, ascoltandosi inogni suo gesto.

E mentre il profumo di caffè con cardamomo e cannella si diffondeva, sentì una presenza diversa dentro di sé.

Non un pensiero. Una sensazione. Una nuova emozione.

“E se non dovessi sempre fare di più… ma sentire di più?”

 

Un pomeriggio uscì e raggiunse un piccolo parco. Si sedette sotto un albero in fiore.

I petali cadevano piano, come neve leggera.

E lì, senza motivo apparente, iniziò a piangere.

Non era tristezza. Era… rilascio.

Tutto ciò che aveva trattenuto per mesi—la pressione, la stanchezza, le aspettative—stava finalmente trovando una via d’uscita.

E tra le lacrime, una nuova domanda emerse: “Cosa sto cercando di dimostrare… e perché è così importante?”

Rimase in silenzio a lungo.

Poi, quasi sussurrando, rispose: “Non lo è più.”

 

La Pasqua arrivò in modo semplice.

Niente grandi eventi, niente gesti eclatanti.

Ma dentro Agapè, qualcosa era rinato.

Non una versione perfetta di sé. Ma una più autentica.

Quella sera accese una candela. Non per tradizione, ma per simbolo. Guardò la fiamma tremolare.

E si fece l’ultima domanda: “Se questa fosse davvero una nuova partenza… cosa sceglierei di portare con me sulla mongolfiera?”

Pensò alla gentilezza.
Al tempo.
All’ascolto.

E, per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise senza sforzo.

 

Spazio introspettivo

In quali momenti della tua vita ti sei sentito/a più “autentico/a”? 

Quali parti di te stanno chiedendo di essere ascoltate, ma continui a rimandare? 

Se potessi vivere le prossime settimane con più autenticità… cosa cambieresti, anche solo leggermente?

Se la tua vita fosse una mongolfiera pronta a salire, quali pesi inutili stai ancora tenendo nel cestino… e cosa sei disposto/a a lasciare andare davvero per permetterti di volare più in alto?