
di Giacomo Pio Augello
Il tempo è relativo.
È un principio appreso a scuola, ma che si impara non appena si sale su una cyclette e si inizia a pedalare.
Quel continuo movimento immobile rende interminabili i 10 minuti segnati sul cronometro.
Non così quando esci tardi dall’ufficio e hai solo 10 minuti per arrivare alla stazione e prendere il treno.
In quel caso, 10 minuti sembrano una manciata di attimi.
Eppure, si tratta della stessa quantità di tempo.
Quello che sto per scrivere farà fischiare le orecchie di tanti, ma è necessario per riflettere su come gestiamo la nostra risorsa più preziosa.
A differenza di quanto accaduto finora, non vi parlerò della mia esperienza marziale, ma, piuttosto, del mio rapporto con uno dei nostri piatti tipici più iconici: il piatto di spaghetti.
Quando mi trasferii dalla Sicilia alla Lombardia (più di vent’anni fa oramai) dovetti imparare a cucinare più per sopravvivenza che per passione.
Nei primi anni dell’Università, vivevo in un pensionato che aveva una cucina con piastre elettriche.
Mi ricordo che la prima cosa che provai a preparare fu proprio un piatto di spaghetti.
Sulla confezione c’era scritto: tempo di cottura 10 minuti.
Cucinare, però, mi richiese più tempo del previsto perché le piastre impiegarono circa mezz’ora a scaldare l’acqua fino a portarla al punto di ebollizione.
Da quel giorno, di piatti di spaghetti ne ho cucinati parecchi.
Andando avanti nella vita, cambiai ambienti e dotazioni.
Dalle piastre elettriche, passai ai fornelli a gas fino ad arrivare all’induzione.
Con l’avanzare della tecnologia posta sotto la pentola, il tempo impiegato per far bollire l’acqua si è drasticamente ridotto.
Ma indovinate un po’: il tempo di cottura degli spaghetti di 10 minuti in questi 20 anni è rimasto immutato.
Perché vi ho raccontato questa storia?
Perché il progresso tecnologico che caratterizza la società attuale ha accelerato, in maniera preoccupante, i nostri tempi di reazione agli stimoli esterni e ridotto drasticamente gli intervalli di tempo tra un’esperienza e un’altra.
La vita sembra essersi trasformata in una successione di istanti da assaggiare invece che di momenti da assaporare.
Notifiche, messaggi, chiamate.
Tutto si comprime in pochi minuti.
Ma come gli spaghetti hanno bisogno di 10 minuti per cuocere, qualunque sia il modo in cui scaldiamo la pentola, così ci sono elementi della nostra vita che necessitano del loro tempo fisiologico per essere assimilati e integrati.
Un tempo che non può essere compresso premendo un bottone.
Natura non facit saltum, dicevano i latini.
Questo vale principalmente quando si acquisiscono nuove abilità.
Perché?
Perché, ogni volta che la nostra mente impara qualcosa di nuovo, è come se costruisse una strada tra i neuroni.
E le strade, come sapevano bene i Romani, richiedono tempo e pazienza per diventare percorribili.
La stessa cosa succede nel nostro cervello.
Ecco perché, anche se la società odierna spinge verso l’istantaneità, bisogna prendersi il proprio tempo per fare le cose.
Ciò non va confuso (come spesso accade) con l’adagiarsi comodamente su un letto di falsa abbondanza.
Prendersi il proprio tempo è, prima di tutto, una forma di rispetto verso sé stessi.
In secondo luogo, è una strategia mentale vincente per evitare le insidiose trappole dell’abitudine, tanto care alla fretta.
Qui è bene chiarire una cosa.
L’abitudine, con buona pace di Pablo Neruda, è un ingegnoso sistema di adattamento al mondo esterno.
La ripetizione continua degli stessi gesti così come la familiarità con gli ambienti e le persone che si frequentano tutti i giorni ci aiutano a sentirci sicuri.
Le energie risparmiate dopo l’adattamento possono essere dedicate alla scoperta di cose nuove.
Questo sistema entra in crisi quando le novità colpiscono proprio le nostre care e consolidate abitudini.
A quel punto, sarebbe meglio cambiare.
Ciò, però, vuol dire modificare i nostri comportamenti per fare spazio al nuovo.
E questo richiede tempo.
Dopo di che, bisognerà ripetere il comportamento modificato finché il nuovo non diventi anche lui abitudinario.
E anche questo richiede tempo.
Certo, si potrebbe ignorare il nuovo e continuare a fare le cose allo stesso modo di prima.
Ma le conseguenze non sarebbero sempre innocue.
Prendersi il proprio tempo può trasformare perfino il semplice consumo di un prodotto di intrattenimento in un’esperienza di vita.
Ricordo, ad esempio, che, quando ero bambino, le serie televisive venivano trasmesse al ritmo di una puntata al giorno.
Quel tipo di somministrazione oggi non è più necessaria grazie alle piattaforme televisive, ma rimane comunque utile.
Avere un appuntamento fisso con una, massimo due puntate la settimana della propria serie preferita permette di godere appieno la storia, perché amplifica l’attenzione sulle vicende dei personaggi e, tra una puntata e l’altra, lascia spazio alla creatività per immaginare scenari e finali alternativi.
Quando, poi, si arriva alla fine di una storia, che è stata seguita, integrata, metabolizzata e amata, lo scioglimento dell’intreccio ha un vero effetto catartico.
Ma se prendersi il proprio tempo dà tutti questi benefici, perché non lo facciamo?
La risposta è semplice: perché abbiamo paura.
E di che cosa abbiamo paura?
Di una cosa che si chiama tardi.
Specie quando indossa il vestito che noi associamo all’irreparabile.
Noi lo chiamiamo troppo.
Ma poi è mai troppo tardi?
Seguiamo il Bianconiglio e proviamo a scoprirlo.
