
di Nurgul Cokgezici
Sono entrata in classe quasi per caso, e ne sono uscita con una domanda che non mi lascia più. Gli studenti stavano leggendo un’intervista a Zygmunt Bauman, pubblicata da Editori Laterza nel 2006. Un testo di vent’anni fa, eppure di un’attualità disarmante.
Bauman descrive una gerarchia globale divisa in due estremità. Da una parte ci sono coloro che possono comporre e scomporre la propria identità quasi a piacimento, scegliendo tra le infinite possibilità offerte dal mondo globalizzato. Dall’altra parte si affollano coloro ai quali viene negato l’accesso all’identità desiderata: persone che non hanno voce nella definizione di sé, che non possono decidere chi essere.
Non è solo una questione economica. È una questione di potere simbolico. Chi nasce “più fortunato” dispone della libertà di reinventarsi; chi nasce “meno fortunato” spesso si vede imporre un’identità dall’esterno, un’etichetta che non ha scelto e che vive come offensiva. Eppure, ci ricorda Bauman, quasi tutti noi siamo sospesi tra queste due condizioni: siamo plasmati dall’ambiente in cui nasciamo, da un patrimonio genetico e culturale che non scegliamo, e allo stesso tempo desideriamo diventare altro. La libertà di scelta esiste, ma è fragile. Non sappiamo quanto durerà, né se riusciremo a difendere la posizione raggiunta.
Bauman parla di “guerre di riconoscimento”. Si combattono su due fronti: da una parte per affermare l’identità che sentiamo nostra, contro i residui di identità passate o imposte; dall’altra per difenderla dagli assalti esterni che la negano o la delegittimano. La battaglia cambia a seconda del posto che occupiamo nella gerarchia del potere.
Ma il punto più inquietante del ragionamento è un altro. La zona in cui finiscono coloro ai quali viene negato il diritto di scegliere la propria identità non è ancora il gradino più basso. Esiste uno spazio ancora più profondo: l’“identità di sottoclasse”.
È lo spazio di chi viene espulso dal perimetro del riconoscimento. Non solo povero o marginale, ma invisibile. Se hai abbandonato la scuola, se sei una ragazza madre che dipende dall’assistenza pubblica, se sei tossicodipendente, senzatetto, mendicante, vieni collocato in una categoria che precede ogni tua possibile scelta. Qualunque identità tu provi a costruire ti viene negata in partenza. “Identità di sottoclasse” significa assenza di identità: cancellazione dell’individualità, negazione del volto come oggetto di responsabilità etica e di cura morale. È l’esilio dallo spazio sociale in cui le identità possono essere rivendicate, discusse, riconosciute.
In classe, inevitabilmente, il discorso è arrivato all’immigrazione. È qui che la riflessione si fa più scomoda. Siamo abituati a dire che l’immigrato non si integra, che resta chiuso nella propria comunità, che fatica a entrare nel tessuto sociale. Ma raramente ci chiediamo quanta accoglienza trovi dall’altra parte. Se una persona viene collocata, implicitamente o esplicitamente, nella “sottoclasse”, se le viene negato un pieno riconoscimento sociale, allora la costruzione di un’isola culturale diventa una strategia di sopravvivenza.
In quell’isola si è qualcuno. Si è competenti, riconosciuti, stimati. La comunità, la moschea, le reti interne non sono semplicemente luoghi di chiusura; sono spazi di legittimazione, tentativi di sottrarsi alla cancellazione. Non è il rifiuto dell’integrazione in sé, ma la ricerca di un’identità che altrove non trova ascolto.
La questione decisiva riguarda però i figli di quell’isola culturale. Che cosa accade alla seconda generazione? Saranno loro a rivendicare la posizione che i genitori non sono riusciti a conquistare? Vivendo tra due mondi, potranno trasformare la frattura in dialogo? Non tanto fondendo le culture in un’astratta integrazione, quanto facendole interagire, mettendole in relazione, abitandole entrambe.
Forse la chiave non è l’integrazione intesa come assimilazione, ma il riconoscimento reciproco. Perché l’identità non è un fatto puramente individuale: esiste solo se viene riconosciuta. E quando una società confina qualcuno nella sottoclasse, non sta semplicemente gestendo un problema sociale. Sta negando la possibilità stessa di essere qualcuno.
