di Angelo De Cristofaro

Vienna, inizio Novecento.

In un cortile di case popolari un bambino rincorre un pallone fatto di stracci. Si chiama Matthias Sindelar. Nasce in una famiglia povera, figlio di immigrati ebrei. Il padre parte per la guerra e non tornerà mai. La madre resta sola, e Matthias cresce troppo in fretta, tra la strada e il bisogno.

Ma quel bambino ha un dono raro, la leggerezza. Corre come se non toccasse terra. È esile, magro, fragile. Sembra fatto di carta velina. In campo cade spesso, si fa male, si rialza sempre. Gli incidenti lo inseguono, le fasciature pure, ma ogni volta torna in piedi . Per questo lo chiamano “der Papierene” l’uomo di carta velina . Ma quando la palla gli arriva tra i piedi, tutto si ferma. Il gioco diventa musica e ben presto l’uomo di carta velina diventa  il “Mozart del calcio”.

Nella nazionale austriaca il capitano Sindelar diventa il cuore del Wunderteam, la squadra che incanta l’Europa. Poi arriva l’Italia, il Mondiale del 1934. E come spesso accade a Matthias, finisce di nuovo in ospedale. Ma a Milano non si rompe solo un ginocchio. Si rompe qualcosa nell’animo. 

In corsia serve una traduttrice di tedesco. Trovano una giovane professoressa supplente dai modi gentili. Si chiama Camilla Castagnola. Tra una traduzione e un silenzio, tra il dolore e la paura, nasce un amore che non ha bisogno di promesse. Da quel giorno Matthias e Camilla non si separeranno più. Lei lo aiuta a rimettersi in piedi e quando i medici lo dimettono  lo segue a Vienna.

Per un po’ sembra andare tutto bene. Il calcio continua, i trofei arrivano. Ma la Storia bussa alla porta con violenza. Il 12 marzo 1938 la Germania annette l’Austria. L’Austria deve sparire, anche nel calcio. La nazionale viene cancellata, fusa nella selezione del Reich.

Per salutare il mondo viene organizzata un’ultima partita. È l’addio della nazionale austriaca. Un addio mascherato da festa.

L’ordine è chiarissimo. Onorare l’unione. Un risultato favorevole alla Germania. Ci si aspetta obbedienza. Ci si aspetta che i calciatori si pieghino, con la promessa di un futuro nella grande nazionale tedesca.

Ma Matthias decide di non piegarsi e rifiuta il saluto nazista. In campo gioca la partita più bella della sua vita. Dribbla tutti, sorride, rallenta davanti al portiere, lo salta, lo umilia. Umilia anche la tribuna tedesca. Poi segna. E balla. È una sfida aperta. È una condanna firmata con i piedi.

E il Führer non è contento. Gli avevano promesso una partita facile, una vittoria comoda, una celebrazione ordinata. Invece, davanti a sessantamila persone, un uomo solo ha trasformato il calcio in un atto di ribellione.

Dopo quella partita Matthias rifiuta la maglia tedesca, rifiuta i privilegi, rifiuta di salvarsi.Resta accanto a Camilla. Ma ormai è segnato. Per il regime diventa un elemento sovversivo, un simbolo troppo pericoloso.

Quasi un anno esatto dopo, la notte del 23 gennaio 1939, Matthias e Camilla vengono trovati senza vita, stesi l’uno accanto all’altra, nel loro appartamento di Vienna. La versione ufficiale parla in modo non chiaro di una stufa difettosa, di monossido di carbonio,  arrivando a ipotizzare  il suicidio, perché all’epoca chi moriva per suicidio non aveva diritto a un funerale pubblico. Ed era esattamente quello che volevano.

Ma quando la polizia entra nella casa, emerge un dettaglio che non verrà mai chiarito. Prima di loro era già passata la Gestapo. La stanza era stata toccata, riordinata, svuotata. E la stufa, quella stessa stufa indicata come causa della morte, risultava spenta.

Non ci fu autopsia. Non ci fu indagine. Solo silenzio.

Eppure Vienna non tacque. Quarantamila persone sfidarono le truppe naziste e accompagnarono Matthias Sindelar e la giovane Camilla all’ultima dimora. L’uomo di carta velina, fragile e indistruttibile, era diventato immortale.

La notizia arrivò anche in Italia. Giuseppe Meazza, il campione di ferro, non nascose le lacrime. E con voce spezzata disse che non era morto solo un avversario, ma un maestro. Un uomo che aveva insegnato che si può essere grandi senza piegarsi.