
di Giorgio Righetti
27 Gennaio. LA FORZA DELLA MEMORIA
CONTRO L’ORRORE DELLA SHOAH.
La principale impressione che mi è rimasta dalla mia visita nei campi di sterminio di Auschwitz-Birkenao e Treblinka è stata un’impressione di morte come se quella signora aleggiasse ancora nell’aria. I campi di sterminio furono sei sparsi in tutta la Polonia e funzionarono dal 1941 al 1944. Erano campi di concentramento diversi dai molti lager di lavoro e di punizione o da quelli per prigionieri di guerra. Completamente privi di infrastrutture, se non camere a gas, forni crematori, abitazioni per le Ss, baracche per i prigionieri e una struttura per lo smistamento dei beni tolti alle vittime. Il loro scopo era quello di eliminare fisicamente il maggior numero di esseri umani, in prevalenza ebrei, ma anche zingari, omosessuali, asociali, disabili, testimoni di Geova e tutte le categorie giudicate dal nazismo sotto-uomini. Quattro di questi campi erano meri luoghi di sterminio: Chelmno, Belzec, Sobibor e Treblinka. In pratica erano dei “terminal” ferroviari mimetizzati e nascosti dove fin dal loro arrivo, i deportati venivano condotti direttamente nelle camere a gas, per essere assassinati. Altri due campi Lublino-Majdanek e Auschwitz-Birkenau, all’inizio campi di concentramento per politici e di lavori forzati, all’interno dei quali in seguito vennero predisposti centri di sterminio con istallazione di camere a gas e annessi forni crematori. Così Claude Lanzmann nel suo libro SHOAH (dal cuore dell’inferno), descrive l’arrivo di un trasporto di ebrei ungheresi a Birkenao nel giugno del 1944. “In effetti si puo affermare che nessuno dei deportati è mai stato ad Auschwitz, perché coloro che vi sono stati deportati e che sono morti subito, in realtà, non hanno conosciuto Auschwitz, non hanno fatto in tempo a sapere ciò che era, e non hanno certo potuto vedere le fiamme e il fumo della loro stessa morte. Chi arrivava a Auschwitz e veniva gassato e ridotto in cenere entro due ore, moriva nella radicale incomprensione della propria morte”. Due precisazioni si rendono necessarie per comprendere meglio questa distinzione. Diversamente dai campi dì concentramento che servivano principalmente come campi di detenzione e lavoro, i campi di sterminio erano vere e proprie fabbriche della morte. Nei campi di concentramento o di lavori forzati vi furono praticate delle gassazioni saltuarie, nei campi di sterminio, conosciuti anche come (campi della morte) avvenne lo sterminio sistematico dei deportati con il gas in termini di assassinii di massa. In questi sei campi le SS e la polizia tedesca assassinarono quasi 2.700.000 esseri umani tramite l’uso di gas tossico.
IL DOTTOR MORTE. Tra le figure delle SS. evocate dai sopravvissuti di Auschwitz-Birkenau, ha lasciato un ricordo macabro quella del dottor Joseph Mengele, medico capo del campo. Scendendo dai carri piombati, uomini e donne, vecchie e giovani, con i neonati in braccio e i bambini più grandi per mano, scorgevano questo criminale nazista, noto per i suoi esperimenti sugli esseri umani, che soprintendeva alla selezione con un frustino in mano, Mengele designava le vittime con un gesto dell’indice, fischiettando un’aria della Tosca. Tra gli assassini di Auschwitz il più pericoloso era questo criminale fornito di poteri vastissimi. Nessuno dei vari esperimenti che si effettuavano a Auschwitz, erano così macabri come quelli effettuati da Mengele sui bambini e sui gemelli deportati nel campo. Mengele operava nel blocco numero 10 di Auschwitz, senza anestesia, mutilazioni e inoculazioni di batteri, castrazioni e congelamenti. Inoltre, sperimentò vari metodi di sterilizzazione di massa sulle donne ebree asportando loro l’utero o iniettandovi acidi corrosivi per renderle infeconde.
L’INFERNO DI TREBLINKA. Riporto qua sotto un passaggio del “Reportage dai campi”, uscito nel 1944 sulla rivista “Znamja” e firmato dal più popolare e seguito corrispondente di guerra dell’Armata Rossa Vasilij Grossman:
“Le SS infierirono ferocemente soprattutto sui ribelli del ghetto di Varsavia. Sceglievano donne e bambini e, invece di portarli alle camere a gas, li conducevano alle graticole. Li costringevano le madri impazzite per l’orrore a mostrare ai loro figli le griglie incandescenti dove, fra le fiamme fumo, i corpi si accartocciavano a migliaia, dove i morti parevano riprendere vita e contorcersi, dimenarsi, dove ai cadaveri delle donne incinte scoppiava il ventre e quei bambini morti ancor prima di nascere bruciavano fra le viscere delle madri. Certe scene avrebbero sconvolto la mente dei più temprati fra gli uomini, ma l’effetto era cento volte maggiore su quelle madri che con le mani tentavano di coprire gli occhi ai figli, e i tedeschi lo sapevano. “Mamma bruceranno anche noi, che cosa ci faranno?”, urlavano i bambini impazziti, correndo a stringersi a loro. E dopo essersi goduto il terribile spettacolo, i tedeschi li gettavano davvero tra le fiamme, i bambini.
Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda e, chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità. Chiunque giri le spalle, chiuda gli occhi, passi oltre, offende la memoria delle vittime. Chiunque rifiuta la verità non saprà mai contro quale nemico contro quale MOSTRO hanno combattuto fino alla morte le forze alleate.
Nella foto Auschwitz-Birkenao. Alle mie spalle all’entrata in alto, si intravede la scritta: “Arbeit macht frei”. “Il lavoro rende liberi”. Era la frase scritta che campeggiava all’ingresso dei lager nazisti. Un motto sadico e crudele che contrastava con la realta di morte dei campi dove furono sterminati milioni di uomini, donne e bambini innocenti.
