di Aurora Marella

In questi giorni freddi, di parabrezza ghiacciati, rumore di spatole sui vetri, giù in strada, alle 6.30 del mattino, aria di brina e mani rosse, di piante in attesa sui balconi e mai, mai un bucaneve pioniere, un canto, mille canti. La notte dell’11 gennaio, come a Capodanno, ha vibrato di voci. Milano e provincia costellate di piazze e circoli in canto. La penisola tutta con le stesse parole e lo stesso ritmo. Ritmo di Bocca di rosa, di La guerra di Piero, di Via del Campo, e Fiume Sand Creek.

Le “cantate anarchiche” hanno fermato il tempo per una notte e lo hanno riavvolto all’indietro e in avanti contemporaneamente per rivivere emozioni che non invecchiano e non passano. Restano e rinnovano, anno dopo anno e canto dopo canto. 

Il mese di gennaio ricorda, tra le numerose sue evocazioni, il cantautore ligure Fabrizio De André. Il giorno 11, la sua dipartita da questo mondo, qui a Milano, avvenuta nel 1999. E il 18 febbraio si replicherà per ricordarne la nascita nel 1940 a Genova. 

Preparandomi appunto per una delle tante cantate anarchiche, mi sono servita di motore di ricerca di canzoni in internet e ho cercato quelle più famose ed emblematiche del Genovese.

Una delle prime opere comparse sullo schermo è stato l’album Storia di un impiegato, anno di uscita 1973. E uno dei primi brani proposti nella lista di ascolto è stato la Canzone del maggio. Guardando bene accanto al titolo, lo stesso motore di ricerca presentava una nota tra parentesi che diceva (cit.): “liberamente tratta da un canto del maggio francese 1968”.

E così ho fatto una brevissima ricerca. Già conoscevo qualcosa a riguardo, ma ho approfondito la questione che vorrei condividere qui.

La Canzone del maggio che cantiamo a squarciagola si adatta perfettamente ad ogni epoca, anche odierna, purtroppo. Siamo sempre e da sempre in mezzo a proteste per le disparità sociali. Si potrebbe pensare sia stata scritta per noi negli anni Settanta.

Essa, invece, nasce per parlare delle proteste operaie francesi della fine degli anni Sessanta. La canzone originale è stata scritta dalla francese Dominique Grange. Si intitolava Chacun de vous est concerné. E parlava della rivolta della classe operaia e della coscienza di classe che andava sempre più rafforzandosi opponendosi alle disparità sociali. Sembra oggi, appunto, in altre parti, troppe, del mondo. Fabrizio De André ha potuto utilizzare il testo perché l’autrice aveva concesso i diritti di traduzione ma non ha utilizzato la trasposizione letterale francese perché nell’originale è presente la frase “Voi non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo”. Questa frase esprime chiaramente le ineluttabilità dell’onda che si era ormai generata con le proteste e chi si opponeva non avrebbe mai potuto fermare la coscienza di classe, la nuova consapevolezza dei lavoratori e delle lavoratrici rispetto ad un sistema non equo del trattamento lavorativo perpetuato dalla classe sociale dirigente. Ormai il vento era partito e avrebbe toccato tutti e ogni tempo e questo concetto nella canzone francese emerge e volava imponente nelle manifestazioni, negli slogan e negli striscioni dell’epoca nelle vie di Parigi e della Francia tutta. 

Nella canzone di De Andrè non ci sono queste stesse parole ma sono sostituite da “Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Questa frase come quella francese travalica il tempo. Conferma le responsabilità del fare ma anche del non aver fatto nulla, di chi non ha parlato, per chi non ha impedito, per chi non ha collaborato verso la giustizia. Illumina qualcosa che cerca restare un po’ nell’ombra, l’atteggiamento del non sentirsi coinvolti direttamente nelle proteste dei lavoratori perché ci si sente salvi comunque, perché la propria situazione non è come quella di chi scende in piazza. E Fabrizio accende un occhio di bue su chi si gira dall’altra parte e resta nell’indifferenza.

Entrambe le versioni sono appassionate ed entrambe le ho sentite risuonare nelle diverse cantate anarchiche che hanno avuto luogo e tempo in questo mese di gennaio.

L’anno è iniziato così: con il ricordo di un evento passato accaduto 10 anni prima della mia nascita, con il canto e le parole e la memoria della voce calda del nostro cantautore, con l’idea che quelle parole abbiano senso oltre il tempo.