di Nurgul Cokgezici

Introduzione

L’analisi con chi parla più lingue solleva questioni particolari. Non si tratta semplicemente di tradurre parole. Ogni idioma porta con sé vissuti, modi di sentire e ricordi legati a persone specifiche. Nella propria lingua madre, certe emozioni emergono con maggiore intensità. Parlare invece in una lingua appresa successivamente genera una sensazione diversa: meno coinvolgimento immediato, più controllo oppure una sorta di protezione. Le cose dette in una lingua piuttosto che nell’altra non pesano allo stesso modo.

La lingua madre come veicolo dell’inconscio

Fin dalle prime parole sentite in casa, ogni suono ha un peso particolare nel cuore. Quando si parla con il terapeuta, certe frasi emergono in modi che tradiscono vecchie ferite nascoste. A volte basta uno sbaglio di grammatica per aprire una porta chiusa da anni. Usare la lingua madre – non imparata ma vissuta – fa emergere sensazioni autentiche, mai smussate dal tempo. Emozioni che restano mute se costrette in vocaboli appresi dopo i dieci anni.

La lingua straniera: distanza e difesa

Parlare in una lingua non propria può creare un filtro tra le emozioni intense. Chi soffre potrebbe scegliere questa modalità per contenere ricordi dolorosi. Usarla aiuta a reggere il peso interiore, ma permette anche di esplorare parti nascoste di sé senza eccessiva paura. Di contro, certi stati d’animo restano appena accennati, poco sciolti. Questo richiede all’analista uno sforzo maggiore nel cogliere ciò che rimane in ombra.

La babele dell’inconscio: dinamiche analitiche

Ogni volta che il paziente passa dalla lingua madre a quella straniera, lo spazio della terapia cambia pelle. Non sono solo le parole a contare, ma anche gli intervalli tra esse, i mutismi improvvisi, il modo in cui alcune forme emergono soltanto in un idioma e mai nell’altro. L’ascolto deve abbracciare ciò che resta sospeso, trattenuto, nascosto nel timbro o nella cadenza. Le decisioni sul quando parlare e in quale lingua non nascono a caso: dentro ci sono lotte profonde su chi essere e dove appartenere.

Ciò che emerge è un campo vivo, denso di significati incrociati, dove cultura, trauma e desiderio si intrecciano senza tradursi completamente. L’analista osserva con attenzione minuziosa questi segnali, come se ogni cambio di registro fosse una mappa non dichiarata. Niente va dato per scontato; neppure il respiro prima di un verbo in inglese invece che in italiano.

Implicazioni cliniche

Parlare nella lingua madre aiuta spesso a toccare emozioni nascoste. Usare una seconda lingua crea, invece, una distanza più sicura. Chi conduce la seduta dovrebbe osservare come queste due modalità si muovono nel percorso terapeutico. Non sempre è chiaro quale delle due sia più utile in un dato momento.

Lingua che parli, chi sei. A volte ci si sente stranieri dentro, specialmente se si proviene da lontano o si è cresciuti tra due culture diverse. Durante la seduta, ogni scelta di parole modifica il clima tra paziente e terapeuta. Basta un tono diverso a cambiare tutto. Il modo in cui qualcuno pronuncia una frase può rivelare tensioni nascoste. Ogni silenzio pesa quanto una dichiarazione esplicita. Chi ascolta deve prestare attenzione anche a ciò che non viene detto ad alta voce.

Conclusione

Nel lavoro psicoanalitico, la confusione dei linguaggi nell’inconscio diventa una risorsa. Parlare tra lingua madre e seconda lingua mostra con chiarezza come una persona sente, cosa pensa della propria origine e dove si riconosce. Quando lo specialista coglie le differenze nel modo di esprimersi, seguendo accenti o scelte insolite di parole, riesce a comprendere meglio il mondo interno del soggetto. Questo aiuta il paziente a capire sé stesso più profondamente, a ricomporre parti distanti dell’animo e a sentirsi meno spezzato.