di Maria Mihaela Barbieru

Nel cuore di Milano, in un elegante edificio di vetro e acciaio, il gruppo di una società di consulenza stava rientrando al lavoro dopo la pausa natalizia. L’aria era densa di promesse non dette, buoni propositi scritti frettolosamente su agende nuove, e quella sottile ansia da ripartenza che solo gennaio sa portare.

Agapè, figura silenziosa e magnetica, fece il suo ingresso nella sede come consulente esterna per un percorso di riorganizzazione interna. Era speranzosa.  

I giorni trascorsi nel suo villaggio natìo, tra le meraviglie silenziose della Cappadocia, le avevano riempito l’anima di calma e visioni ampie, come quei cieli tersi che sembrano non finire mai.

Non portava slide né grafici.  

Portava invece un’agenda ancora da riempire, occhi pieni di ascolto e sorrisi sinceri.  

E grinta, quella che nasce dalla terra rossa e antica, fatta di resilienza e storie tramandate.

 Dalla Cappadocia aveva preso il gusto dell’essenziale e la profondità dei silenzi.  

Quel giorno era pronta a seminare idee nuove nel cuore del lavoro quotidiano — con rispetto, presenza e coraggio. 

Il team era affiatato ma sembrava stanco. I risultati dell’anno precedente erano buoni, ma si avvertiva un senso diffuso di disconnessione e frustrazione. «Lavoriamo tanto, ma non sappiamo più perché», sbuffò Carla, team leader, durante il primo incontro. «Abbiamo perso l’allineamento, come se ognuno andasse in direzioni diverse.» Eh già, direzioni diverse, non condivise…

Agapè propose allora un esercizio semplice. Avvicino altavolo della riunione una grande lavagna bianca e disse: «Scrivete un solo proposito professionale per questo nuovo anno. Non per l’azienda. Per voi.»  

Ci fu silenzio. E ancor silenzio. Poi i colleghi, uno alla volta, si misero a scrivere:

– “Avere il coraggio di dire di no senza sentirmi in colpa.”  

– “Imparare ad ascoltare senza voler rispondere subito.”

– “Prendermi il mio tempo, anche al lavoro, senza sentirmi inadeguata.”  

– “Ritrovare entusiasmo nelle piccole cose.”  

– “Essere chiaro con me stesso e con gli altri.”  

Agapè osservò attentamente, poi aggiunse: «Questi non sono solo desideri. Sono semi. Ora serve il terreno giusto per farli crescere.»

Il suo sguardo attraversò la sala, posandosi sui volti dicolleghi assorti, presi dai ritmi frenetici di inizio anno. I buoni propositi scritti su post-it colorati, affissi alla lavagna come un grande albero condiviso, parlavano di ascolto, collaborazione, tempo per sé, chiarezza, coraggio.

«Un seme ha bisogno di tre cose per germogliare: spazio, cura e pazienza. E anche voi, come questi propositi, avete bisogno di ambienti che vi nutrono, di relazioni che vi rispettano, di leadership che sa fare spazio. Non dimenticatelo.»

Poi si voltò verso Carla, team leader da poco, che con uno sguardo tra il dubbioso e l’illuminato chiese: «E se il terreno fosse duro?»

Agapè sorrise. «Eh già…Allora bisogna lavorarlo. Insieme.»

E lì, nel cuore di quell’ufficio milanese ancora sonnolento dopo le vacanze, nacque l’idea di un percorso condiviso: non solo individuale, ma collettivo.

Un piccolo passo verso un nuovo modo di lavorare. Con radici e visione.

Nei giorni seguenti, lavorò con il gruppo sulla costruzione di rituali quotidiani di chiarezza: 10 minuti di allineamento mentale al mattino, uno spazio settimanale per feedback autentici, un patto di comunicazione empatica durante le riunioni. Non grandi rivoluzioni, ma piccoli gesti coerenti.

Il cambiamento fu visibile già dopo due settimane. Le tensioni si scioglievano più facilmente, le responsabilità erano più condivise. Qualcuno disse: «Mi sembra di lavorare con persone, non solo con ruoli.»

Prima di concludere il suo incarico, Agapè lasciò a ciascuno una domanda scritta a mano. Era diversa per ognuno.

1. Qual è la tua vera intenzione ogni volta che inizi una nuova giornata di lavoro?  

2. Cosa stai trattenendo per paura del giudizio, e come influisce sulla tua efficacia nel gruppo? 

3. In che modo il tuo contributo quotidiano riflette ciò che per te ha senso?  

4. Quale limite personale puoi trasformare in risorsa in questo nuovo anno?

5. Che tipo di collega vuoi essere, anche quando sei sotto pressione?

Quando se ne andò, non salutò. Lasciò solo un biglietto sulla porta della sala riunioni:  

“Le intenzioni non bastano. Ma sono il primo passo verso un lavoro che abbia anima.”  

Firmato: Agapè.