di Giacomo Pio Augello

Ben ritrovati!

Spero abbiate trascorso bene le Feste quanto me.

Per cominciare l’anno nel migliore dei modi, partiamo subito con il concetto che gli anglosassoni usano per dire: “Ce la posso fare!”.

Nell’ultimo numero (allego qui il link per chi non ha ancora potuto leggerlo https://nuovecronache23.com/2025/12/31/find-your-center/), abbiamo parlato dell’equilibrio e ci eravamo lasciati con una domanda scomoda: “Si può cadere?”

La risposta lo è ancora di più: SI.

Perché?

Perché cadere è naturale.

Noi siamo esseri vulnerabili.

Il nostro corpo alla stanchezza. 

La nostra mente al dubbio. 

Il nostro animo alla comodità.

L’ambiente in cui viviamo può pesare su di noi fino a farci cadere.

Ma cadere vuol dire perdere?

E perdere significa anche fallire?

Non necessariamente.

Cadere, perdere e fallire, anche se spesso coincidono, non sono sinonimi.

Tuttavia, è molto facile confonderli.

Per capire bene queste differenze dobbiamo chiamare come ospite un personaggio d’eccezione.

Il suo nome?

Rocky Balboa.

Concepito da Silvester Stallone nel 1975, è divenuto l’incarnazione stessa della resilienza.

All’inizio della storia, però, non è un eroe.

Al contrario, è un pugile svogliato che non sfrutta il suo talento perché si accontenta di quello che ha già, per quanto poco.

E’ come un tronco che si lascia placidamente trasportare dalla corrente apatica di una realtà che non offre nulla se non un presente di miseria.

Ciò nonostante, non è un fallito.

Perché?

Perché, quando ha l’occasione della vita, l’incontro con Apollo Creed, Rocky rivela il tratto caratteristico della sua vera natura: volontà ferrea.

Sa benissimo di non avere la minima possibilità contro il campione del mondo dei pesi massimi (“Non ce la faccio. Non lo posso battere. Ma chi mi credo di essere? Io non ho la sua classe.”).

Eppure, non gli importa di perdere.

Perché l’unica cosa che vuole fare è resistere (Going the distance,appunto) fino all’ultimo gong.

E ce la fa.

Durante l’incontro è dominato da Apollo.

E’ pesto, sofferente, guercio.

Ma quando finalmente suona la campana del quindicesimo round, lui è ancora lì, in piedi.

Ciò che il campione si trova davanti, quindi, non è un avversario comune, ma un muro di resilienza contro i cui i suoi colpi sono destinati a infrangersi, senza riuscire ad abbatterlo.

Qualcuno, però, deve pur vincere l’incontro.

E i giudici decidono ai punti a favore di Apollo.

Rocky, dunque, non è un fallito perché, anche se ha perso un incontro, ha comunque raggiunto il suo obiettivo.

Che cosa ci insegna questa storia?

Che perdere è qualcosa che può succedere.

Ma non è, di per sé, un fallimento.

Ciò che rende una sconfitta un fallimento è solo il rifiuto di volersi rialzare e riprovare.

Perché?

Perché rialzarsi è un atto della nostra volontà che grida all’Universo: Io non mi arrendo!

E questo dipende solo da noi.

Siamo noi i responsabili della nostra sorte dopo che cadiamo.

Questa è la grande differenza tra un vincente e un perdente.

Perché il perdente è chi dà la colpa delle sue sconfitte a tutti gli altri, tranne che a sé stesso.

Io, lo confesso, mi sono sentito tante volte un po’ come Rocky.

Non partivo da una base di vantaggio e dovevo conquistarmi ogni gradino a lacrime e sangue.

La resilienza è sempre stato il mio superpotere (visto che, a breve, dovrebbe arrivare il salvifico “Avengers Doomsday” mi adeguo al trend).

Non sono stati rari i momenti in cui avrei desiderato avere qualche qualità in più, per sentire meno il peso della fatica.

Quando approdai alla scuola marziale che frequento tutt’ora, il mio insegnante seppe questi miei trascorsi e mi disse soltanto: “Tu pensa al tuo percorso”.

Quella semplice frase mi aiutò a compiere l’ultimo passo di un percorso che io, senza saperlo, avevo già iniziato.

Da quel giorno, smisi di paragonarmi agli altri e mi focalizzai solo su me stesso, non solo in palestra, ma in tutti i campi della mia vita.

E il mio percorso mi portò lungo un sentiero di cambiamenti che non avrei mai immaginato di potere affrontare.

Come è andata?

Lo scopriremo la prossima volta.

Buon inizio anno a tutti.

 

Nel prossimo numero: “La specie che sopravvive è quella che si adatta”. Guidati dalle parole di Charles Darwin faremo un viaggio che ci porterà a capire perché la chiave per la sopravvivenza è la capacità di adattamento.