
di Giorgio Righetti
IL “VICOLIN DI LAVANDEE”. Dei molti lavatoi della zona resta soltanto quello dell’ormai famoso “vicolin di lavandee” il primo a destra discendendo dall’Alzaia Naviglio Grande, il Vicolo mantiene ancora intatta l’immagine di una Vecchia Milano sconosciuta a molti dei suoi stessi abitanti. La “gente de la Ripa” come era chiamata esercitava professioni legate in qualche modo alla Darsena, barcaioli, carrettieri, scaricatori di sabbia, ma l’attività prevalente era quella del lavandaio. Il Vicolo dei Lavandai è oggi un luogo incantevole dove con la fantasia si può tornare indietro nel tempo e si può immaginare le lavandaie impegnate nel loro lavoro. Chi esercitava il lavoro erano soprattutto le operaie dei lavandai, un mestiere durissimo, soprattutto in inverno, chine sul “brellín”, una cassetta di legno a tre sponde con impugnatura, che le lavandaie portavano con sé e posavano dietro la “preja”, usata per sbattere la biancheria. In inverno le lavandaie non dimenticavano lo “scaldino” per le mani, un piccolo recipiente di latta riempito con carbone e brace e la “zaína” una bottiglietta capace di un poco di grappa, per difendersi dal gelo. E così in Inverno o in Estate con le artriti, le bronchiti, i geloni alle mani e ai piedi passava la loro vita. Queste donne non possono che richiamare la poesia di Giovanni Pascoli imparata a scuola tanto tempo fa, dal titolo “Lavandare”, appartenente alla prima raccolta, “Myricae”: “E cadenzato dalla gora viene / lo sciabordare delle lavandare / con tonfi spessi e lunghe cantilene….”. Su quella tavola di legno, appoggiata al mastello e pieno di acqua saponata e lisciva, era la consuetudine della “bugada”; (il bucato). In inverno senza un accogliente impianto di riscaldamento con il gelo, o in estate con il caldo torrido questo era l’impegno massacrante delle lavandaie, fatto di mani e di braccia, aveva la possibilità di rigenerare, come nuova, tutta la numerosa biancheria della famiglia. Erano gli impervi e travagliati sentieri del vivere quotidiano.
